Il Diritto di Comunicare
Lingue riconosciute
La Lingua Italiana dei Segni (LIS) e la Lingua Italiana dei Segni tattile (LISt), hanno ottenuto il riconoscimento giuridico, tramite il comma 1 dell'articolo 34-ter del decreto legge d'urgenza 41/2021 sui ristori economici, introdotto in sede di conversione dalla legge 69 del 21 maggio 2021, che riporta testualmente: «... la Repubblica riconosce, promuove e tutela la lingua dei segni italiana (LIS) e la lingua dei segni italiana tattile (LIST).»
L'Italia le ha riconosciute nello stesso momento, cosa non scontata in Europa.
C'è poi un dettaglio che dice molto sullo stato delle cose. Esiste una rilevazione ufficiale del 24 maggio 2021, pubblicata nel sito istituzionale dell’Università Cà Foscari di Venezia, sul numero di persone che usano la LIS, che riporta testualmente: “In Italia la comunità sorda che utilizza la LIS comprende all’incirca 40.000 persone…”. Nel 2021, secondo il Censis, in Italia, le persone sorde e ipoacusiche erano circa 7.576.000.
Ogni bambino ha diritto a una lingua
Ha diritto a incontrare una lingua, a sviluppare la propria capacità di comunicare e a trovare gli strumenti più adatti per entrare in relazione con il mondo.
Non è soltanto un principio pedagogico. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che l'Italia ha ratificato nel 2009, impegna gli Stati a garantire che l'istruzione dei minori sordi avvenga «nelle lingue, nelle modalità e con i mezzi di comunicazione più adeguati a ciascun individuo». Non una lingua uguale per tutti, dunque, ma la lingua giusta per quel bambino.
Per un bambino sordo, questo percorso può assumere forme diverse.
Per alcuni, la Lingua dei Segni rappresenta il canale linguistico più naturale e accessibile. Per altri, grazie alla diagnosi precoce, alle protesi acustiche o all'impianto cocleare, alle tecnologie e a percorsi educativi personalizzati, i bambini sordi possono sviluppare la lingua parlata.
Credo che queste possibilità non debbano necessariamente essere messe in contrapposizione.
Per un bambino sordo conta il quando, prima ancora del come
Su questo punto la ricerca offre un sostegno più solido che non riguarda il confronto fra parola e segni ma riguarda l'età in cui un bambino incontra la sua prima lingua, qualunque essa sia.
Uno studio ormai classico di Rachel Mayberry ed Elizabeth Lock ha confrontato adulti sordi e udenti, raggruppati secondo il modo in cui avevano acquisito la prima lingua. Chi aveva avuto accesso precoce a una lingua — parlata o segnata, indifferentemente — raggiungeva da adulto prestazioni quasi native anche in una seconda lingua. Chi invece non aveva incontrato alcuna lingua pienamente accessibile nei primi anni restava compromesso molti anni dopo: il tasso di errore nei giudizi grammaticali era del 34%, contro il 14% di chi aveva avuto una prima lingua precoce e il 5% dei parlanti nativi. La comprensione scendeva dal 94-95% al 74%.
Il punto mi sembra decisivo: non è la sordità a produrre la difficoltà linguistica, è l'assenza di una prima lingua accessibile e precoce. Ricerche successive dello stesso gruppo hanno dimostrato che questa differenza lascia tracce nella struttura stessa delle vie cerebrali del linguaggio.
Non si tratta di scegliere tra la parola e il segno
Si tratta, piuttosto, di offrire a ogni bambino tutte le opportunità che possono aiutarlo a comunicare, rispettando la sua storia, i suoi tempi, le sue caratteristiche e quelle che sono le scelte della sua famiglia.
Quando è possibile e quando rappresenta un'opportunità positiva per quel bambino, imparare a parlare può essere una risorsa importante: uno strumento in più per comunicare con le persone udenti, per vivere situazioni quotidiane diverse, per partecipare alla vita sociale e per sentirsi più autonomi in alcuni contesti.
Ma questo non significa, e non dovrebbe mai significare, rinunciare alla lingua dei segni.
Qui va aggiunta una precisazione che rende il ragionamento più forte, non più debole.
Una revisione sistematica pubblicata su Pediatrics nel 2016 ha esaminato gli studi disponibili e ha concluso che non esiste evidenza che l'aggiunta della lingua dei segni faciliti l'acquisizione della lingua parlata, ma neppure evidenza conclusiva che la ostacoli. Esistono studi in entrambe le direzioni, e nessuno risolutivo: sul rapporto fra lo sviluppo della lingua parlata e la lingua dei segni la ricerca non ha una risposta definitiva.
Che cosa se ne ricava, per chi educa? Che l'incertezza scientifica non è un argomento per imporre una strada sola ma semmai una strada individualizzata, la stessa che la Convenzione ONU prescrive.
Al contrario, credo che il compito dell'educazione sia proprio quello di non restringere le possibilità, ma di ampliarle.
Un bambino non dovrebbe essere definito soltanto dalla sua sordità, così come non dovrebbe essere costretto dentro un unico modello comunicativo.
Ogni bambino è una persona unica e merita un percorso costruito intorno alle proprie possibilità.
Per questo, come educatori, insegnanti e genitori, abbiamo una responsabilità importante: conoscere, ascoltare, informarci e accompagnare.
Il tempo è la variabile che possiamo davvero governare
Se il momento dell'incontro con la lingua è così decisivo, allora la tempestività diventa una questione educativa prima ancora che clinica. L'Organizzazione mondiale della sanità, nel suo rapporto del 2021, individua proprio nell'intervento precoce il fattore che più incide sugli esiti a lungo termine.
In Italia la sordità congenita permanente riguarda uno o due neonati su mille; le forme gravi e profonde, quelle che incidono di più sull'acquisizione del linguaggio, circa 0,7 su mille. Numeri piccoli, che però significano centinaia di bambini sordi ogni anno.
Dal 2017 lo screening uditivo neonatale rientra nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA): il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è tenuto a offrirlo gratuitamente a tutti i nati. La copertura nazionale ha raggiunto il 95,3% nel 2021, un risultato in linea con gli standard internazionali che applicano il cosiddetto modello 1-3-6: screening entro il primo mese di vita, diagnosi audiologica entro il terzo, avvio dell'intervento entro il sesto.
Il punto critico, però, non è più il test. È ciò che accade dopo. I dati statunitensi — dove il sistema di sorveglianza è il più sviluppato al mondo — mostrano che il 98% dei neonati viene sottoposto a screening, ma meno della metà completa la diagnosi entro tre mesi e avvia l'intervento entro sei. Il collo di bottiglia è il percorso di presa in carico, non la tecnologia.
È qui che il ruolo di chi educa diventa concreto: accompagnare la famiglia, verificare che il percorso non si interrompa, sapere a chi rivolgersi. Un ritardo di mesi, a quest'età, non è un dettaglio organizzativo. Come educatori, insegnanti e genitori abbiamo una responsabilità precisa: conoscere, ascoltare, informarci e accompagnare, offrendo occasioni e costruendo ponti perché ogni bambino sordo possa sviluppare il proprio potenziale comunicativo nel modo più ricco possibile.
Una strada per ciascuno
La vera inclusione, forse, comincia proprio quando smettiamo di pensare che esista un'unica strada per tutti. Non è dare a tutti la stessa cosa: è dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno per partecipare, comunicare e sentirsi accolto. È riconoscere le differenze senza trasformarle in distanze.
Può esserci la parola. Può esserci il segno. Possono esserci entrambi. Possono esserci la scrittura, la tecnologia, le immagini e molti altri strumenti. Ciò che conta è che il bambino sordo possa comunicare, comprendere e farsi comprendere: che possa raccontare chi è, dire ciò che sente, costruire relazioni, sentirsi parte del mondo.
Perché una lingua non è soltanto un mezzo per comunicare. È lo spazio in cui il bambino costruisce il proprio pensiero, dà significato alle esperienze, conosce se stesso e incontra gli altri.
I sordi ci insegnano ad ascoltare anche con gli occhi. L'oralità ci ricorda il valore della voce e della parola. La pedagogia ci invita a non mettere queste realtà una contro l'altra, ma a guardare prima di tutto al bambino e ai suoi bisogni.
E forse il più bel messaggio che possiamo lasciare ai nostri bambini è proprio questo:
«Trova il tuo modo di comunicare. Noi saremo qui per ascoltarti.»
Ogni parola è un incontro.
Perché ogni segno è una parola.
E ogni possibilità di comunicare è una possibilità in più di essere parte del mondo.
Dott.ssa Loredana Ceccarelli
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dott.ssa Loredana Ceccarelli |
Pedagogista Clinico e docente di scuola secondaria di secondo grado, specializzata nei Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA) e nel sostegno alla genitorialità. Mi occupo di supportare studenti, famiglie e adulti nei percorsi educativi e di crescita personale, promuovendo il benessere, l'inclusione e la valorizzazione delle risorse individuali. |
Dedica del Presidente di Alto Volume, Marco Laurito, sordo-prelinguale
A nome di tutti i Volontari della nostra associazione,
la Settimana Internazionale delle Persone Sorde (21 -27 settembre 2026), promossa dalla World Federation of the Deaf (WFD), offre una preziosa occasione per fermarci a riflettere su un tema che sentiamo particolarmente importante: la lingua come strumento di crescita, di relazione e di inclusione.
Al suo interno cadono due ricorrenze distinte: il 23 settembre, Giornata internazionale delle lingue dei segni, istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2017, e la domenica conclusiva, il 27 settembre, Giornata mondiale del sordo.
Parlare di sordità significa entrare in un mosaico fatto di storie, esperienze e percorsi differenti.
Significa mettere al centro la persona disabile, conoscere il suo deficit uditivo, avvicinarsi ai suoi diritti, rispettare la sua scelta comunicativa perché la lingua rappresenta uno strumento fondamentale di comunicazione, di espressione emozionale e di identità.
Ed è per ciò che abbiamo deciso di dedicare alla Settimana Internazionale questo articolo intitolato “Il Diritto di Comunicare” della nostra Rubrica di Pedagogia.
Riferimenti
Norme. Decreto-legge 22 marzo 2021, n. 41, art. 34-ter, introdotto dalla legge di conversione 21 maggio 2021, n. 69 (riconoscimento di LIS e LIST). — Legge 3 marzo 2009, n. 18 (ratifica della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità), in particolare artt. 21, 24 e 30. — DPCM 12 gennaio 2017, art. 38 c. 2 (screening uditivo neonatale nei LEA).
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